Lettera ad un padre spirituale


Caro padre,

forse scrivendoti riesco a mettere a fuoco quello che ho vissuto negli ultimi mesi.

Credo di aver cominciato solo adesso, nonostante i diversi anni di ricerca di Dio e della sua volontà, il mio cammino di conversione.

All’inizio ho smontato pezzo per pezzo la mia vita in nome di Dio, e sono rimaste solo le macerie. Poi ho cominciato – o forse è meglio dire ho continuato – a fare i miei progetti ed a lasciare che altri li facessero su di me, attendendo che Dio li ratificasse come belli e buoni, non rendendomi conto che continuavo a ragionare secondo quelle categorie di successo e di grandezza a cui il mondo mi ha svezzata. E anche le macerie si sono frantumate.

Deluse tutte le mie aspettative e, soprattutto, delusa proprio da quella Chiesa che ritenevo come madre dovesse accogliermi, mi sono lasciata spingere dalla rabbia a cercare un riscatto: potevo perdere tutto, anche le mie idee stesse su Dio, ma non il desiderio di trovarlo e cercarlo. La rabbia, se canalizzata nella giusta direzione, è un motore fortissimo dell’azione … oggi me ne rendo conto! Mi ha condotto, insieme alla grazia di Dio, a fare delle scelte che mai avrei pensato di fare nella mia vita (come lasciare la mia famiglia nel bisogno), che mi spaventavano, rispetto alle quali avevo sempre cercato soluzioni di compromesso e giustificato me stessa per le mie non-scelte.

In questi anni però ho continuato ad essere arrabbiata! E me la sono presa con tutti: con le cose che non vanno nella Chiesa, con le suore della mia comunità, ma soprattutto con me stessa. Quanta violenza verso me stessa, per quello che avrei dovuto diventare e non riesco ad essere, per la mia fragilità limitante, per i miei doni non così brillanti, per la mia incapacità a lasciar emergere la fede in un Dio che salva … mentre io continuavo a non lasciarmi salvare!

Adesso sono stanca! Sono stanca di essere arrabbiata, e sono stanca di prendermela con me stessa. Sento la necessità – nonostante questo mi appaia un salto in un vuoto ancora più oscuro e profondo – di mollare la presa, di lasciarmi andare, e di abbandonarmi fiduciosa – ancorché timorosa – al Signore, provando ad accogliere il suo essere sempre totalmente Altro da quello che io posso immaginare e proiettare su di Lui.

Voglio “perdere il controllo”, e smettere di esercitarmi tutta quella violenza per mantenerlo.

Lo so, ciclicamente abbiamo bisogno di tornare a ricordarci le cose che pensavamo di aver capito, ma adesso, anche se un po’ provata, sono contenta, e mi godo questa contentezza, di aver capito che finché non imparerò ad amare me stessa, nulla di quello che farò sarà una vera risposta d’amore al Signore.

Chiedo tutti i giorni al Signore di insegnarmi ad amarmi per quella che sono. E mi rendo conto che il vero egocentrismo era credere di non avere bisogno – o di non meritare – di chiedere ciò di cui ho più bisogno.

Se vuoi, prega anche tu per me!

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