Ho imparato il perdono


Perdonare è un cammino, e come ogni buon cammino conosce delle tappe e ha il via da un passo, che può essere imboccato anche nella direzione sbagliata.
Il primo passo, per me, è stato, quello di guardare in faccia il mio dolore. Dritto negli occhi, per dargli la libertà di esistere. Mi ha fatto paura, lo ammetto! Urlava e scalpitava, rivendicava i suoi diritti e pronunciava parole di odio e di vendetta. La mia ragione lo rifiutava e il mio cuore non poteva accettarlo … poi l’ho sentito piangere, ed era il pianto di un bambino che chiedeva solo di essere tenuto stretto. Allora ho aperto le mie braccia ed ho solo detto: “vieni!”.
Stretto tra le braccia, il mio dolore trovava ristoro, sembrava quasi addormentato, sereno, tornato ad essere quello che era fin dall’inizio: bambino! Ferito, offeso, ingiuriato, ma pur sempre bambino! Volevo prenderrmi finalmente cura di lui e non lasciare che nessuno, mai più nessuno, gli facesse del male.
Ma la vita, gli incontri, le relazioni, lo risvegliavano. A volte non sapevo come placarlo, avrei voluto buttarlo via, liberarmene per sempre.
Mi sono messo in ginocchio ed ho scongiurato Dio “liberami! Liberami da questo fardello!”. Ma il Signore restava muto.
Così, ho preso il mio dolore e l’ho portato via, lontano dal mondo, in un luogo sicuro, dove io potessi prendermi cura di lui e nessuno potesse fargli ancora male. Non mi perdonavo di non averlo fatto prima. In quel luogo, nonostante lo continuassi a pregare perché mi liberasse, non c’era spazio neanche per Dio!
Un giorno vengo svegliato di soprassalto dalla vita che irrompe, sfacciata, e sveglia il mio dolore; e lui comincia a piangere e ad urlare e non riesco a calmarlo. Mi decido, esco, vado via, lo mollo! Ma lui mi segue, mi trattiene, mi invita a non abbandonarlo. “Siamo una cosa sola”, mi ripete!
“No!”, secco, “non è così!”. “Le tue ragioni sono profonde e ben argomentate, ma io sono altro da te! Io posso e voglio essere altro da te!”.

La determinazione con cui presi questa decisione aprì dentro di me uno spazio alla grazia. Adesso Dio poteva dire la sua, perché – non me n’ero reso conto – fino ad allora non era Lui ad essere muto, ero io che gli negavo il diritto di parola. E Lui era lì, ed attendeva, silenzioso perché poggiassi il mio capo sul suo petto e non sentissi la necessità di fare tutto da solo …

Ho imparato questo: il perdono è una scelta che apre un cammino, sì, ancora un cammino, che trasfigura e trascende me e la mia fatica di andare avanti. E’ come una pagina bianca, in cui puoi ricominciare a scrivere i tuoi sogni; è apertura alla vita, è andare oltre la paura di tornare ad essere feriti …
Il mio dolore? Beh, il mio dolore è ancora lì! A volte lo sento meno, altre volte mi brucia nel petto, a ricordarmi che ho una storia, di cui rimanere custode e da cui attingere come si fa con un tesoro. Ma l’opera grande che il Signore ha compiuto in me è quella di avermi insegnato a portare le mie ferite con dignità, senza farla pagare agli altri, senza farla pagare alla vita, e non continuando a farla pagare a me stesso!

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