Una solitudine abitata


Passiamo tutta la vita a fuggire dalla solitudine, riempendoci di cose, di impegni, di relazioni; svuotandoci di tempo, di cura, di attenzione, di piccolezza; per non sentirci soli, per non dovere affrontare un nodo della nostra esistenza che ci fa orrore: non siamo indispensabili! Il mondo va avanti anche senza di noi! Potremmo essere facilmente sostituiti, dimenticati! La vita non orbita intorno a noi!

Una vita spesa ad acquistarsi stima, rispetto, autorevolezza, che noi senza volervo finiamo col considerare tutti sinonimi di dignità. Così quando si affaccia nella nostra esistenza l’esperienza del fallimento, della crisi, ecco che crediamo subito di perdere questa dignità di uomini.

Vittorio aveva imparato a stare da solo! Si potrebbe dire che aveva scelto la solitudine. E questo non l’aveva reso un eremita burbero, ma un uomo ricco di relazioni, con una vita che, definiremo, piena di impegni, di opportunità, di leggera armonia e cordiale freschezza.

“Qual è il tuo segreto, Vittorio?”, gli chiesi.

“So stare da solo!”.

Rimasi un po’ perplessa della sua risposta, ma non volli lasciarlo a vedere. Poteva essere una risposta da depresso, rassegnato alla vita. Oppure – dalla serenità del suo sguardo – l’inizio di un dialogo di saggezza. Come mio solito, però, volli fare l’avvocato del diavolo.

“Che vuoi dire? Che basti a te stesso?”. Ed ero così pronta a sfoderare una delle mie migliori prediche su come non siamo autosufficienti, e di come, nel solo riconoscere il nostro bisogno, la nostra vulnerabilità, possiamo trovare la via per essere veramente liberi. Tutta roba teorica di cui mi hanno riempito la testa, ma sulla quale, la testa  finisco sempre col sbatterla.

“No, vuol dire che ho imparato a vivere non bastandomi”.

Quelle parole si sono impresse dentro di me. Vivere “non bastandosi”! Ha abbattuto con un solo colpo tutti i miti dell’autosufficienza, dell’autonomia schizofrenica, del “chi se e frega”, del credito verso la vita, ma più di tutto, il “vitello d’oro” dell’efficenza …

“Ad un certo punto della mia vita mi sono reso conto che tutto il mio impegno era direzionato a dimostrare che non avevo bisogno di nessuno. Sì, efficente e multitasking, volevo essere sempre in credito. Anche nei migliori atti di filantropia, umanità e carità, io volevo essere colui che dava, quello “bravo”, che meritava la stima, il riconoscimento. Che meritava di essere apprezzato, amato …”. “Neanche l’amore conosceva la gratuità. Tutto dovevo meritarmi, e sempre più degli altri dovevo fare ed essere. A me l’ultima parola”.

Fece una lunga pausa di silenzio, perse lo sguardo in un sorriso di tenerezza verso se stesso, verso ciò che gli tornava alla mente, ed aggiunse: “poi è arrivato il tempo della crisi, incontri sbagliati e benedetti, capocciate, ed un piccolo bambino che mi ha fatto da maestro”.

Vittorio si riferiva a Edo, Edoardo, il bimbo malato di aids che aveva incontrato facendo il volontario in corsia. Edo era solo al mondo, ricordare la sua storia lo faceva piangere. Aveva contratto l’aids dai suoi aguzzini. 10 anni di vita vissuti tra abusi e violenze. Dov’era Dio quando accadeva tutto questo? Perché?  Edo era consapevole di ciò che l’attendeva, la morte era poca roba rispetto allo schifo che aveva conosciuto. La sua forza d’animo sconvolse Vittorio. Quel bambino niente aveva avuto dalla vita e niente aveva chiesto. Aveva subito l’orrore, l’aveva attraversato, ed era la creatura più dignitosa che avesse mai incontrato. Vittorio si ribello a quell’orrore, grido contro Dio tutta la sua rabbia, non risparmiò nemmeno le istituzioni a tutti i livelli, ma poi si arrese a ciò che Edo voleva donargli: il suo affetto negli ultimi mesi della sua vita. Edo non voleva essere salvato, non voleva che nessuno lo illudesse di potergli cambiare la vita, no; Edo voleva solo fidarsi, andarsene da questo schifo di vita come un bambino qualunque, potendosi affidare a qualcuno. Vittorio era completamente impreparato a questo, e si lasciò educare dal suo piccolo amico, che si rivelò un grande maestro.

Vittorio ora viveva da debitore riconoscente, e tutte le sere ringraziava Edo, l’angelo ferito che adesso finalmente era tornato a volare, per avergli insegnato ad essere veramente umano, a non bastarsi, a vivere nel vuoto di quella solitudine tanto fuggita, che invece è abitata, ricca, carica di presenza. Luogo, spazio, tempo, per tornare ancora, ed ancora, a riscoprire che la vita è sempre, e comunque, e solo, donata, e che quella solitudine – che nella vita di Edo non era certo stata scelta, e che tanto Vittorio aveva sconvolto – è dimensione ontologica dell’essere umano, e, se accettata senza restistenza e lotta, come aveva fatto il suo piccolo amico, diventa via di autentica libertà.

In+questa+condizione+di+solitudine+ci+si+sente+corpo+e+spi­rito,+ora+e+qui;+nello+stesso+tempo,+si+sperimenta+una+sensazione+di+vuoto,+ci+si+sente+spersi.

 

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1 commento su “Una solitudine abitata”

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