#gratitudine


Sono certa che le grazie più grandi ricevute, siano passate per le mani di tutta quelle persone che, ad oggi – ma anche in futuro -, hanno smontato le mie costruzioni mentali, elaborate quasi scientificamente, le mie convinzioni, abbondantemente argomentate, e non mi si sono filata di pezza. A voi tutti: GRAZIE! Mi state salvando la vita da me stessa.

Credo nel Dio di Gesù Cristo?


Di Dio non potrò dire molto, chi conosce i suoi pensieri? Chi può scrutare le sue logiche?

Ma di Gesù, sì, posso dire ciò che la sua stessa vita mi racconta. E se è lui che rivela il Padre, allora il Padre ha i suoi occhi attenti e rispettosi, amanti e curiosi verso l’umanità! 

Conoscere Gesù, la sua Parola, è il cammino di scoperta del vero volto di Dio! L’unica cosa che posso dire e che in questo cammino non si arriva mai!

Che cosa vuol dire diventare grandi?


Quand’ero bambina pensavo che diventare grande avrebbe significato avere finalmente tutto chiaro: il dolore, la malattia, il vuoto, come l’amore, la speranza, la vita tutta, insomma; ed in questa chiarezza non solo trovare il senso di ciò che accade, ma anche un senso a me stessa e a quello che avrei fatto di me. Ecco, si vede che ero piccola, e molto ingenua.

Non ho una risposta, lascio agli specialisti esperti di ogni settore definizioni precise e puntuali e modelli astratti ed ideali.

Però, ecco, c’è uno spazio reale, in cui, dato un nome alle proprie ferite e bisogni, se si riesce a smettere di rivendicare un riscatto per sé, e si sceglie di prendere a carico la vita di un altro, le sue ferite, i suoi bisogni, perché abbiano voce, riscatto e opportunità, allora … chissà … forse … in questo spazio si è già grandi! 

25 aprile


​Gv 12, 1-11


-Il mio viaggio verso Gerusalemme è ormai è arrivato …

– Non andare, è pericoloso! I capi dei sacerdoti e gli scribi voglio farti fuori, sei troppo scomodo per loro.

– Devo andare!

– Perché devi? Resta con noi!  Non vogliamo che ti accada qualcosa.

– E’ la vita che mi chiama! Davanti alla sua chiamata non ci si può tirare indietro. 

– Perché vuoi lasciarci in pena. Si sta tanto bene qui tra noi, cosa ci manca? Che altro potremmo volere?

– C’è una passione, qualcosa, Qualcuno, per cui vale la pena vivere e vale la pena morire … ma sappiate che è proprio il vostro amore che mi parla già di lui!

E basta


Non lanciare il sasso per, poi, ritirare la mano;
non fare promesse che sai, già, non manterrai;
non cercare gli altri perché riempiano i tuoi vuoti;
non impegnarti per piacere a tutti;
non essere così arrogante da pensare che sia solo tu a decidere i tempi e i modi di una relazione;
non inventarti scuse per ricevere l’attenzione degli altri;
non usarli per non sentirti solo;
non crearti zone di comfort in cui sentirti al sicuro…
non fare il burattinaio, che cerca di muovere persone ed eventi, perché in realtà nulla cambi!
Gli sguardi, l’attenzione, l’ascolto, l’affetto che riceviamo non sono nostri, non ce li siamo meritati, non sono circoli sicuri in cui chiudersi per sentirci forti, magari migliori … e non sono circuiti da moltiplicare per impedire alla vita di accadere nella sua imprevedibilità.
Sono doni che siamo chiamati a ridonare, perché solo così siamo protagonisti della vita e non capricciosi bambini.
Non potrai sempre cavalcare l’onda dei cambiamenti, a volte ti sembrerà di subirli … lascia fare!
E chiunque tu sia, non vivere al di sotto delle tue potenzilità perché hai paura di lasciarti sfidare dalla vita!

Il mio Cristo rotto


II mio Cristo rotto lo trovai a Siviglia. Lo comprai di giovedì, ma anche Giuda lo vendette di giovedì. Permettetemi una confidenza: la cosa che più mi affascina nell’arte è il viso di Cristo in croce. Le mie preferenze vanno ai Cristo di stile barocco, se volete, ancora più ai Cristo andalusi. Ciò vi spiega perché quel giovedì cercassi, in un mercato, un piccolo Cristo sivigliano. Mi trovavo insieme ad un a-

mico. Anche lui va in cerca di Cristo, anzi, diciamo, cammina dietro a Cristo.
Andammo al mercato, perché il Cristo si può trovare dappertutto: tra chiodi, scarpe vecchie, libri usati, bambole rotte o litografie romantiche; ciò che importa è saperlo cercare, perché Cristo sta in tutte le cose di questo povero insieme che è la vita. Ma, quella mattina, non lo trovammo al mercato; continuammo per la nostra strada e giungemmo al negozio di un antiquario dove, in un certo senso, è più facile trovare un Cristo; ma cercarlo costa di più, perché è un Cristo con tassa di lusso, reso così dai dollari del turismo perché, da quando c’è il turismo, anche Cristo è diventato più caro…
Avevamo già visitato inutilmente parte del negozio…
“Vuole qualcosa, Padre?” ci domandò il proprietario. “Guardare e girare un po’ fra queste belle cose, nient’altro” risposi.

Improvvisamente davanti a me, posato su un tavolo ad incrostazioni, vidi un Cristo senza croce! Stavo per piombarvi sopra, ma riuscii a dominarmi: avevo visto il mio Cristo! Lo guardai di sfuggita… mi aveva conquistato fin dal primo istante. Non era proprio quello che credevo di cercare: era un Cristo interamente rotto, ma, per questo stesso fatto, mi affascinava, non so perché. Finsi indifferenza mentre il mio sguardo si posava su altri oggetti, fino a che le mie due mani non si impadronirono del Cristo…; dovetti dominare le mie dita che voleva- no accarezzarlo! Non ero stato ingannato dai miei occhi! Era il mio CRISTO ROTTO!

Informe massa amorfa… mutilata, non aveva più croce; gli mancava mezza gamba, un braccio intero e, anche se aveva la testa, aveva perduto il viso. Continuavo a pensare: Sarà troppo caro? Bisognava decidersi. Domandai il prezzo di varie cose, poi con indifferenza chiesi: “E questo?”. Non osavo chiamarlo Cristo, tanto era mutilato… era quasi più una cosa che un uomo. “E questo?”.

Forse, chiedendo cosi avrei avuto un prezzo più economico, ma mi sbagliavo. L’antiquario incominciò ad elogiarne la fattura, dichiarandolo un autentico gioiello d’arte. “Ma…. così rotto?”. Risposi.

“Che importa! Conosco un amico capacissimo di restaurarlo perfettamente… lei vedrà… si fidi…” diceva, ed intanto lo aveva preso tra le mani, lo accarezzava; ma non accarezzava il Cristo, accarezzava la mercanzia che gli si sarebbe trasformata in sonante denaro. Insistetti ancora: “Quanto?”.

Fece una pausa. Guardò ancora il Cristo, finse di provare dolore nel separarsi da lui e poi disse: “Proprio un affare! Non ci guadagno nulla, sa Padre? Facciamo £ 300.000”.

Sussultai… E incominciammo mercanteggiare su di un Cristo: lui, il venditore, esaltava il valore del Cristo per venderlo, io, sacerdote, ne diminuivo i pregi perché mi diminuisse il prezzo. Disputammo sul Cristo come se fosse una mercanzia! Però, quante volte vendiamo e compriamo il Cristo, ma non un Cristo di legno, bensì di carne… nel nostro prossimo! Mi ricordai di Giuda. Non era stata anche quella una compravendita di Cristo? Indubbiamente, anche Giuda avrebbe voluto più denaro mentre i sacerdoti tiravano sul prezzo…

Poi cedemmo da ambedue le parti, come avvenne tra Giuda e i giudei… e chi perdette, come sempre, fu il Cristo: ne risultò deprezzato: me lo lasciò per 100.000 lire. Prima di andarmene, chiesi all’antiquario se conoscesse il perché di quelle orrende mutilazioni. Non ricordava bene, ma, secondo lui, risalivano a una profanazione durante il periodo della guerra di Spagna. Lo avevo immaginato! Strinsi a me il Cristo con affetto e scesi

in strada… Finalmente di sera, chiusi la porta della mia camera e mi trovai solo, faccia a faccia con il mio Cristo.
Povero Cristo, insanguinato, mutilato… vedendolo così osai domandare: “Cristo, chi ha osato ridurti cosi? Non hanno tremato quelle mani, quando strapparono le tue dalla croce, brutalmente? Che faccia fece quando guardò la tua? Ascoltami, che ne è di lui? Vive ancora? Dov’è? Si è pentito? Che farebbe oggi se ti vedesse nelle mie mani?”.

“Taci!” mi ordinò una voce invisibile e imperiosa!

“Domandi troppo! Come siete voi uomini! Quando si tratta dei peccati altrui non vi manca – no davvero – né domande né curiosità… ma soprattutto quanto costa agli uomini imparare a dimenticare! Credete abbia un cuore piccolo e meschino come il vostro?

Taci e non chiedermi più nulla su colui che mi mutilò. Che sai tu? cosa credete di sapere voi uomini? Lascia… io ho già perdonato! lo dimentico subito i peccati di colui che si pente. Perdono completamente, non facendo meschini baratti come fate voi! Non sono come voi uomini!”.

“Sì, Signore, insegnami a dimenticare e a perdonare!”.
Ma il Cristo continuò: “Ascoltami: perché di fronte alle mie mutilazioni ti ricordi di quelli che, nella guerra del ‘36, mutilarono le mie immagini e non pensi a quanti feriscono e mutilano gli uomini, loro fratelli, nella guerra? Qual è il maggior peccato? Mutilare un’immagine di legno o una vera di carne nella quale palpito e vivo io per la grazia del battesimo? Ipocriti!

Vi strappate le vesti di fronte al ricordo di quelli che mutilano le immagini di legno, ma stringete la mano e rendete onori a quanti, fisicamente o moralmente, mutilano il Cristo vivo nei fratelli!”.

Rimanevo confuso, senza parole. La sua voce mi tormentava! Per uscire da questo cerchio d’angoscia in cui mi trovavo stretto, e… per rimanere bene col mio Cristo, mi venne in mente di dire: “Ascolta, ti manderò a farti restaurare. Non voglio, non posso vederti mutilato, vedrai, ti manderò a restaurare anche se ciò dovesse co- starmi un patrimonio! Tu meriti tutto! Mi fa soffrire vederti cosi… domani stesso… Vero che approvi? che ti piace il mio piano?”. “No non mi piace affatto” rispose il Cristo con voce secca e dura: “Restaurarmi? Te lo proibisco! Sei come tutti gli altri e parli troppo!”.

Ci fu una pausa di silenzio angoscioso. Poi un ordine tagliente come un raggio venne a spezzare il silenzio. “Te lo proibisco! Mi senti?”. “Si, Signore, te lo prometto, non lo farò”.

“Grazie” mi rispose il Cristo, con profonda dolcezza. Il suo tono tornò a darmi fiducia: “Perché non vuoi? Non ti capisco, sai!”.

“Già, me ne accorgo!”. “Non vedi, Signore, che mi addolora vederti cosi mutilato ogni volta che ti guardo? Non comprendi che mi fa soffrire?”.

“Questo è ciò che voglio! che, al vedermi rotto, tu possa ricordarti di tanti tuoi fratelli che vivono insieme a te, rotti, indigenti, mutilati; senza braccia perché non hanno possibilità di lavoro; senza piedi perché hanno loro tagliato la strada; senza faccia perché hanno tolto loro l’onore…. dimenticati da tutti… Non restaurarmi. Chissà, se vedendomi così, penserai a loro e soffrirai per loro! Rotto e mutilato ti voglio servire come chiave per il dolore degli altri”.

La voce del mio Cristo continuava come l’eco di un vecchio eterno lamento: “Guarda, ci sono molti, moltissimi cristiani che si disperdono in devozioni, baci, fiori su un Cristo bello e dimenticano i loro fratelli, gli uomini, Cristi brutti, vecchi, rotti e sofferenti. Questo io non posso accettarlo!

Ora stesso, in questi ultimi giorni di quaresima e nei prossimi della settimana santa, in ogni città si sprecano le manifestazioni d’amore per i bei Cristi crocifissi, ma questo non basta, questo non vale se manca l’amore al prossimo sofferente.

Ci sono molti cristiani che tranquillizzano la loro coscienza, baciando un Cristo bello, opera d’arte, mentre offendono il piccolo Cristo di carne che è il loro fratello. Questi baci mi ripugnano! Mi fanno schifo! Li tollero forzatamente sui mi piedi intagliati di legno, ma mi feriscono il cuore!

Avete troppi Cristi belli, troppe opere d’arte della mia immagine crocifissa e correte il pericolo di rimanere nell’ambito dell’opera d’arte. Un Cristo bello può essere un pericoloso rifugio in cui ci si può nascondere per sfuggire al dolore altrui, tranquillizzando, allo stesso tempo, la coscienza…

Un falso cristianesimo! Per questo, dovreste avere più di un Cristo rotto! Uno all’entrata di ogni chiesa, uno in ogni settimana santa che vi gridi, con le sue membra rotte e con la sua faccia informe, il dolore e la trage- dia della mia seconda Passione nei miei fratelli, gli uomini.

Per questo ti supplico: Non restaurarmi! lasciami rotto, sopportami rotto. Dammi un bacio!”.

“Si, Signore, te lo prometto! Non ci sarà forza che mi separi da te”.
Un bacio su quell’unico piede fu la firma della mia promessa. Da oggi vivrò con un Cristo rotto!

Ramón Cué sj

Vuoto… abitare il vuoto


Il Signore non viene a riempire i vuoti, ma ad abitarli con me…

Non provare a riempire di cose, persone, sentimenti confusi, il vuoto che hai dentro: stacci! Stacci dentro con la fiducia tesa a cogliere, propri in questo vuoto, una presenza, la Sua…

Non ho risposte altre al vuoto…

Allora mi ricorderò chi sono …


Per farsi accettare dagli altri si fanno cose anche tanto stupide, che ci rendono dimentichi di ciò che ha valore e dà  gusto alla nostra esistenza. Talvolta, proprio perché presi, rapiti, da questo bisogno, non ci siamo nemmeno dati il tempo di conoscerci! Chi sono veramente?

Ho scelto nella mia vita di fare la fatica di scendere nelle profondità che mi abitano, di attraversare tutta questa oscurità, non per ritrovare me stessa, ma perché certa che dentro questo buio ci sei Tu, Signore della mia vita, luce che squarcia le tenebre di questo muto sepolcro.

Tu però lasci vuoto il sepolcro … ed io dentro questo vuoto mi sento persa; sono così tentata di risalire in superficie per cercare di riempirlo con una salvezza a modo mio … ma mi confondo, ancora una volta, perché le voci, le parole, i nomi sono tanti, ma nessuno di questi mi dice chi sono. Questo finché non sentirò la tua voce chiamarmi  per nome, allora mi  ricorderò chi sono: niente se non in Te!

 

Parola: Adultera


L’adultera siamo noi, messi in mezzo a subire il giudizio pesante di una Legge che ha perso la sua vocazione.
E gli scrivi e i farisei siamo sempre noi, troppo impegnati a giudicare la vita, a farne giustizia, per restituirle dignità.
E poi c’è Gesù, il vero accusato della vicenda – colui che tradisce l’applicazione stretta della legge -, che sta al centro di questa scena con tutta la sua dignità di uomo e mostra a tutti noi confusi personaggi cosa voglia dire essere umani!

Solo la verità rende liberi

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